Brescia, traffico illegale di rifiuti: scoperto capannone sul Garda.

Da Il Corriere della Sera Brescia del 29 Novembre 2019

A Solano mille tonnellate di materiale di scarto stipati nel magazzino. Due le persone arrestate.

Con un’operazione tra Lombardia e Veneto, i Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Brescia hanno dato esecuzione a due ordinanze di custodia cautelare (una in carcere ed una agli arresti domiciliari) emesse dal Gip del Tribunale di Brescia, Alberto Pavan, nei confronti di G.A.,
54enne di Viadana (Mn) e V.G. 40enne della provincia di Treviso, per traffico illecito di rifiuti. Le attività investigative coordinate dal Sostituto Procuratore Roberta Panico, hanno consentito di individuare l’esistenza di un gruppo criminale operante nel campo del trattamento e trasporto dei
rifiuti, dedito alla gestione e smaltimento illecito di ingenti quantitativi di rifiuti speciali, provenienti prevalentemente da Toscana e Campania, oltre che dalla Lombardia, mediante lo stoccaggio ed il loro successivo abbandono in capannoni industriali dismessi.
L’indagine ha avuto inizio nell’ottobre del 2018 con il sequestro a Soiano del Lago di un capannone industriale all’interno del quale erano state illecitamente stoccate oltre 1.000 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi, in particolare rifiuti prodotti dal trattamento meccanico, classificati come imballaggi in materiale misto. Nei primi mesi di quest’anno sono stati sequestrati altri due capannoni nel Mantovano dove erano state stoccate 1.200 tonnellate di rifiuti dell’industria tessile.
Il profitto è stato quantificato in circa 400.000 euro. L’operazione rientra in una più vasta attività investigativa coordinata dalle Procure Distrettuali di Brescia e di Reggio Calabria che ha consentito la contestuale esecuzione di numerosi provvedimenti restrittivi nei confronti di altre persone resesi
responsabili di gravi episodi delittuosi, compiuti anche con modalità mafiose, in provincia di Brescia e Reggio Calabria.

Coalizione di 90 associazioni in 17 paesi europei lancia una raccolta firme ICE (Iniziativa Cittadini Europei) per vietare pesticidi, trasformare l’agricoltura e salvare la natura.

Lancio della grande campagna europea per vietare i pesticidi, trasformare l’agricoltura e salvare la natura, il WWF Italia tra le Associazioni che raccoglieranno le firme nei prossimi 11 mesi per chiedere una normativa più severa per l’uso dei pesticidi

Parte oggi ufficialmente la raccolta delle firme per una nuova Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) finalizzata ad eliminare gradualmente i pesticidi sintetici entro il 2035, sostenere gli agricoltori e salvare la natura. Il WWF Italia aderisce a questa iniziativa e parteciperà attivamene alla raccolta delle firme, nei prossimi 11 mesi, per chiedere anche nel nostro Paese una normativa più severa per l’uso dei pesticidi in agricoltura e in città, ad iniziare dalla revisione del Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari. Se saranno raccolte almeno un milione di firme in sette Paesi membri dell’Unione Europea, entro settembre 2020, la Commissione e il Parlamento UE saranno tenuti a valutare entro tre mesi la possibilità di trasformare le richieste dei cittadini che hanno sottoscritto questa campagna in provvedimenti normativi e, in ogni caso, dovrà giustificare la sua decisione. [1]
La campagna dal titolo “Salviamo le Api! Protezione della biodiversità e miglioramento degli habitat degli insetti in Europa” è promossa da una coalizione di 90 organizzazioni in 17 diversi paesi europei, con il supporto delle Associazioni degli agricoltori biologici. Queste Associazioni chiedono alla Commissione Europea di “adottare una legislazione più efficace per preservare e migliorare gli habitat degli insetti in quanto indicatori di un ambiente incontaminato”.
Numerosi appelli di scienziati, da ogni parte del mondo, chiedono ai decisori politici l’avvio e un adeguato sostegno alla transizione ecologica dell’economia per fermare il collasso della natura. Un quarto degli animali selvatici europei è gravemente a rischio di estinzione, mentre la metà dei siti naturali è in condizioni ecologicamente sfavorevoli e i servizi ecosistemici che dipendono dalla biodiversità si stanno deteriorando.  [2]
Nel frattempo, la sostenibilità economica delle aziende agricole in Europa viene compromessa da dinamiche di mercato che impongono agli agricoltori prezzi iniqui per i loro prodotti e dalla mancanza di un adeguato ed equo sostegno politico ed economico attraverso una PAC (Politica Agricola Comune), che premia le rendite fondiarie e modelli di produzione intensivi che inquinano le acque, i suoli e uccidono la natura. Nel frattempo le grandi imprese multinazionali dell’agrochimica impongono il rinnovo di autorizzazioni per l’uso di sostanze chimiche di sintesi pericolose per la nostra salute e per gli ecosistemi naturali, come nel caso del Glifosate. Quattro milioni di piccole aziende agricole sono scomparse nell’UE tra il 2005 e il 2016. [3]
Questa Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) invita la Commissione europea a presentare proposte legislative finalizzate a:

  1. Ridurre gradualmente ed eliminare i pesticidi di sintesi: eliminare gradualmente l’80% delle sostanze chimiche di sintesi nell’agricoltura europea entro il 2030, a cominciare dai più pericolosi, affinché l’agricoltura diventi libera al 100% dai pesticidi entro il 2035.
  2. Ridare spazio alla Natura e fermare la perdita di biodiversità: ripristinare gli ecosistemi naturali nelle zone agricole affinché l’agricoltura diventi un fattore di recupero e non la principale causa della perdita di biodiversità in Europa.
  3. Sostenere gli agricoltori nella transizione ecologica del settore primario: riformare la Politica Agricola Comune dando priorità all’agricoltura su piccola scala, diversificata e sostenibile, promuovendo un rapido aumento delle pratiche agroecologiche e biologiche, la formazione e la ricerca scientifica indipendente per una agricoltura senza pesticidi e OGM.

Per il lancio dell’ICE per la tutela delle api e degli agricoltori le Associazioni promotrici e aderenti si sono mobilitate in tutta Europa:
Franco Ferroni, Responsabile Agricoltura e Biodiversità del WWF Italia ha dichiarato: “La raccolta di firme per questa ICE, lanciata oggi, proseguirà per quasi tutto il 2020, un anno fondamentale per le sorti dell’agricoltura e della biodiversità in Europa, il 2020 sarà infatti l’anno internazionale della biodiversità che definirà la nuova Strategia 2020-2030 per fermare la perdita di specie e habitat a livello globale, l’anno della riforma della PAC post 2020 in Europa e l’anno dell’entrata in vigore in Italia del nuovo Piano di Azione Nazionale per i pesticidi (PAN). Il successo di questa ICE potrà fare davvero la differenza spingendo i nostri politici ad assumere decisioni coraggiose e lungimiranti per sostenere un vero “New Deal Green” per le persone e la natura, attraverso una transizione ecologica dell’agricoltura libera dai pesticidi”.
Helmut Burtscher, esperto di pesticidi e prodotti chimici di Global 2000/Friends of the Earth Austria ha dichiarato: “Solo un’agricoltura sostenibile e priva di pesticidi può garantire l’approvvigionamento alimentare delle generazioni presenti e future e fornire risposte alle crescenti sfide poste dal cambiamento climatico. Inoltre, contribuisce alla conservazione della biodiversità e riduce le emissioni di gas serra. Una politica agricola europea responsabile deve quindi promuovere l’ulteriore sviluppo di metodi agroecologici e sostenere gli agricoltori nella loro transizione verso una produzione senza pesticidi”.
Veronika Feicht dell’Istituto per l’ambiente di Monaco di Baviera ha dichiarato: “Stiamo portando la lotta contro i pesticidi sintetici a livello europeo, dando ai cittadini di tutta Europa che chiedono un nuovo sistema agricolo la possibilità di esprimersi con una sola voce. I cittadini reclamano un sistema che non danneggi la biodiversità e gli ecosistemi, che non metta a dura prova la salute dei consumatori, ma che invece garantisca il sostentamento per api e agricoltori ed sia più sano per le persone. Con la nostra iniziativa ci impegniamo a fare di questo tipo di agricoltura una realtà in tutta Europa”.
François Veillerette, direttore di Générations Futures, ha dichiarato: “Invitiamo i cittadini europei a sostenere massivamente questa iniziativa per una graduale rapida eliminazione di tutti i pesticidi sintetici nell’UE. Speriamo che milioni di persone si uniscano presto alle nostre richieste di vietare i pesticidi, trasformare l’agricoltura, sostenere gli agricoltori nella transizione e salvare la biodiversità”.
La campagna ICE è gestita da un’ampia alleanza di Associazioni ed organizzazioni della società civile che si occupano di ambiente, salute, agricoltura e apicoltura. Tra molte altre, le organizzazioni promotrici comprendono le reti europee Friends of the Earth Europe e Pesticide Action Network (PAN), nonché l’Istituto per l’ambiente di Monaco di Baviera, la fondazione Aurelia (Germania), Générations Futures (Francia) e GLOBAL 2000/Friends of the Earth Austria. In Italia parteciperanno attivamente alla raccolta delle firme per questa ICE, il WWF Italia, FederBio, ISDE Medici per l’Ambiente, l’Istituto Ramazzini di Bologna, il Comitato Marcia Stop Pesticidi, il Comitato NO Pesticidi dell’Emilia Romagna, la Rete Contadina.


NOTE
[1] www.savebeesandfarmers.eu
[2] https://www.ipbes.net/news/Media-Release-Global-Assessment
Le api e gli altri impollinatori sono indispensabili per preservare i nostri ecosistemi e la biodiversità. Fino a un terzo della nostra produzione alimentare e due terzi della frutta e della verdura che consumiamo quotidianamente dipendono dall’impollinazione da parte delle api e di altri insetti. Tuttavia, la loro stessa esistenza è minacciata dalla costante contaminazione da pesticidi e dalla perdita del loro habitat a causa dell’agricoltura industriale.
[3] Il rapido declino delle piccole aziende agricole e della fauna selvatica è profondamente radicato nel nostro attuale modello di produzione agroalimentare che si basa fortemente sull’agricoltura monoculturale su larga scala e sull’uso di pesticidi sintetici. A peggiorare le cose, l’UE finanzia attivamente questa forma di agricoltura attraverso la sua attuale agenda agropolitica e il suo sistema di sovvenzioni che favorisce la produzione di massa rispetto ad un’agricoltura su piccola scala ed ecologica.

http://www.foeeurope.org/sites/default/files/publications/nyeleni_eca_-_more_farmers_better_food_25.03.2019_0.pdf
Roma, 25 novembre 2019

La storia infinita delle villette di Ganda. I magistrati: «Ora vanno demolite»

Da L’Eco di Bergamo del 25 Novembre 2019

Aviatico. Dopo quasi dieci anni di corsi, controricorsi, appelli e persino istanze alla Corte europea dei Diritti dell’uomo, la Procura generale della Corte d’appello di Brescia ha ordinato alla proprietà l’abbattimento delle tre villette costruite quasi dieci anni fa in un’area agricolo-montana. Il Wwf Bergamo auspica che si proceda «con urgenza al ripristino dei luoghi riportando l’ambiente naturale alle sue finalità ecologiche».

L’ultimo atto è l’ordinanza del giudice d’esecuzione della Prima sezione penale della Procura generale della Corte d’appello di Brescia, emessa alla fine del mese scorso, che ha intimato alla proprietà l’abbattimento delle tre villette costruite quasi dieci anni fa in un’area agricolo-montana a Ganda.

Tutto è iniziato nei primi mesi del 2010, quando il Comune aveva rilasciato il permesso di costruire ai proprietari dei terreni prativi posti su un valico poco sopra i 1.000 metri, oggetto di protezione faunistica provinciale per la presenza di rotte migratorie dell’avifauna. Il Wwf all’inizio dei lavori aveva presentato un esposto alla Procura di Bergamo. Dal mese di luglio del 2010 ha avuto inizio una «battaglia legale» a suon di ricorsi tra i legali del Wwf e dei proprietari. E con due direttive, una amministrativa, l’altra penale, che inizialmente sembravano dare ragioni ai proprietari. Ma non era finita: il 21 aprile 2016 la sentenza della Corte d’appello di Brescia ribaltava tutto. Tra i condannati per l’abuso, oltre alla proprietà, al progettista e alla ditta che aveva eseguito i lavori, anche il consulente tecnico del Comune, Michele Villarboito, che nel frattempo era diventato sindaco e che per questa condanna, in base alla legge Severino, era decaduto dalla carica nel 2017, sei mesi prima del voto. La Cassazione, nel maggio di due anni fa, respinse i ricorsi e ingiunse l’abbattimento dei tre fabbricati. Tutto finito? Macché. Il 21 agosto 2018 la Corte d’appello di Brescia sollecitava l’esecuzione dell’abbattimento delle villette al nuovo sindaco, Mattia Carrara, che emetteva l’ordinanza di abbattimento. Ma l’ordinanza era oggetto ancora di ricorso al Tar da parte della proprietà, che si è rivolta, nel frattempo, anche alla Corte di giustizia europea per i Diritti dell’uomo, presentando, nel contempo, richiesta di sanatoria. La domanda, però, come comunicato dal Comune, «non poteva essere considerata per la mancata demolizione entro i 90 giorni prevista dall’ordinanza», mancanza che di fatto ha fatto passare la proprietà dei fabbricati dai privati al Comune.

Dopo ulteriori passaggi fra Tar e Consiglio di Stato e in seguito ad altri ricorsi e memorie del Wwf, il 29 ottobre scorso è stata depositata dal giudice d’esecuzione delle sentenze della Corte d’appello di Brescia l’ordinanza con la quale viene rigettata sia la richiesta di sospensione per l’abbattimento delle villette fino all’esito della procedura in sanatoria, sia la richiesta di attendere la decisione della Corte europea dei Diritti dell’uomo (il giudice non ha ritenuto leso il diritto di proprietà), confermando l’ordine di demolizione.

L’auspicio del Wwf Bergamo è che si proceda «con urgenza al ripristino dei luoghi riportando l’ambiente naturale alle sue finalità ecologiche». A questo proposito, esiste un fondo di demolizione in aiuto dei sindaci per le spese di abbattimento di immobili abusivi. Quando i sindaci devono procedere alla demolizione di immobili si trovano in difficoltà per il reperimento dei fondi, ma è possibile recuperare i soldi attribuendo le spese alle persone ritenute colpevoli dei reati contestati. In aiuto dei sindaci, infatti, viene incontro il fondo demolizione opere abusive istituito nel 2003. In pratica, il sindaco può chiedere l’anticipazione delle somme necessarie per la demolizione alla Cassa depositi e prestiti che gestisce il fondo. Queste somme dovranno poi essere restituite alla stessa Cassa entro 60 giorni dalla data in cui il Comune recupererà i soldi coattivamente dai responsabili degli abusi.

E non esiste alcun vincolo in caso di ricorsi alla Corte europea dei Diritti umani in quanto, come ha specificato l’ordinanza del giudice di esecuzione nel caso di Aviatico, si tratta di una sentenza penale emessa dal supremo organo di giustizia di uno Stato che, seppur membro dell’Unione, tuttavia esercita le sue prerogative in applicazione di precise norme emesse nell’ambito del suo ordinamento giudiziario nel corso degli anni.

Clima, la perdita di biodiversità costa. Ecco perché abbiamo lanciato un decalogo

Un milione di specie animali a rischio e la perdita di biodiversità costa più di una volta e mezza il Pil globale, per una cifra che arriva a 145mila miliardi di dollari l’anno. Questi alcuni dei dati raccontati da Sir Robert Watson, esperto internazionale di tematiche ambientali e direttore del Tyndall Centre for Climate Change Research, a Roma per la 32esima Peccei Lecture organizzata da Wwf Italia, Club di Roma e Fondazione Aurelio Peccei, con il sostegno di Novamont.

“I cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità si devono affrontare insieme e ora” dice Watson, spiegando come l’uomo sia colpevole di aver “trasformato il 75% della superficie delle terre emerse, provocato impatti cumulativi per il 66% degli oceani e distrutto l’80% delle zone umide”. La sfida più grande è proprio fare vivere l’uomo in armonia con la natura e per renderlo possibile serve “una politica globale che permetta di integrare il capitale naturale nei sistemi di contabilità nazionale, applicare incentivi a produzioni e consumi sostenibili, oltre ad aumentare le aree protette”.

Alla Peccei Lecture, moderata dal direttore scientifico del Wwf Italia Gianfranco Bologna, è seguito un confronto fra il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, Catia Bastioli di Novamont, il portavoce di Asvis Enrico Giovannini, il presidente della stazione zoologica A. Dohrn Roberto Danovaro, il direttore generale del Wwf Italia Gaetano Benedetto e il presidente della Fondazione Aurelio Peccei, Roberto Peccei. Per tutti il 2020 dovrà segnare una vera svolta per la salvaguardia della biodiversità.

E per rendere possibile questo cambio di rotta anche in Italia, il Wwf ha lanciato il decalogo per un New Deal for People and Nature, col fine di arrestare la perdita di biodiversità e rendere operativi e concreti gli sforzi necessari per la strategia 2020-2030:

1. Biodiversità: si deve attuare un piano di azione per la conservazione della Natura, rafforzare il sistema delle aree protette e sviluppare un programma nazionale di restauro degli habitat degradati.

2. Clima e Energia: entro il 2030 si devono ridurre almeno del 55% delle emissioni e accelerare la giusta transizione verso un’economia totalmente decarbonizzata.

3. Governo dell’Ambiente: per gestire la conversione ecologica del sistema produttivo, si dovranno istituire un ministro per la Transizione ecologica e la Sostenibilità e un tavolo di confronto sulla giusta transizione presso la presidenza del Consiglio dei ministri.

4. Sviluppo sostenibile: il valore del capitale naturale deve essere integrato negli strumenti di programmazione economico-finanziaria delle imprese e dell’amministrazione pubblica, e calcolato nelle politiche settoriali a tutti i livelli, come proposto dal Comitato nazionale per il Capitale naturale.

5. Agricoltura: promuovere la transizione agroecologica delle filiere agricole.

6. Acque interne: Entro il 2027 va raggiunto l’obiettivo europeo del “buono stato ecologico” dei corpi idrici, aumentando almeno dal 20% al 50% la quota dei fondi nazionali per la riduzione del rischio idrogeologico.

7. Acque marine: gestire le risorse del mare con un approccio ecosistemico, che integri reti di aree marine protette e una gestione sostenibile delle attività di pesca.

8. Foreste: mantenere e incrementare la qualità degli ecosistemi forestali nazionali e i benefici che ne derivano.

9. Aree urbane: attuazione di una norma che stabilisca obiettivi nazionali e regionali per fermare il consumo di aree libere, incentivando una rigenerazione urbana che consideri il suolo bene comune e risorsa non rinnovabile.

10. Trasporti e infrastrutture: favorire le modalità di trasporto a basso consumo di suolo e low carbon con un Piano nazionale della mobilità aggiornato.

Nuove specie compaiono in mare, ma non è una buona notizia

Nuove e strane specie stanno comparendo nel mare: la manta-busta, il granchio-tappo, il pesce-bottiglia, specie poco desiderabili e che derivano proprio dal nostro stile di vita abituato all’usa e getta quando si consumano prodotti in plastica. E, questa volta, è proprio il WWF a dire NO a queste specie, invocando un mare #plasticfree

E’ la provocatoria campagna ‘visual ‘ promossa dal WWF nell’ambito di #GenerAzioneMare e lanciata in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, dedicata quest’anno dalla Nazioni Unite proprio alla lotta contro l’inquinamento da plastica con lo slogan “Beat plastic pollution. If you can’t reuse it, refuse it”

E per cambiare abitudini sul sito wwf.it/plasticfree  lo speciale vademecum WWF con consigli utili per ogni momento della giornata, dalla colazione alla palestra passando per le scelte negli acquisti alimentari o abbigliamento  in cui poter fare scelte di prodotti a basso contenuto di plastica.

Sul sito anche le date degli eventi di pulizia spiagge previsti dal WWF in tutta Italia per tutto il mese di giugno (prossima tappa domani, mercoledì 6 in Gallura)  e i suggerimenti per creare la propria community plasticfree per pulire con iniziative spontanee e fai da te la propria “spiaggia del cuore”.

SBLOCCA CANTIERI: WWF, SBAGLIATO ALLENTARE SU REGOLE DI TRASPARENZA E VIGILANZA

Il WWF osserva che il cosiddetto decreto Sblocca Cantieri mette a rischio l’ambiente, producendo un allentamento delle regole di trasparenza e vigilanza che devono improntare l’azione della pubblica amministrazione e degli operatori economici nel delicato settore dei lavori pubblici del nostro Paese; una sottovalutazione del rigore necessario nell’espletare le procedure autorizzative che garantiscano la piena informazione e partecipazione dei cittadini e la tutela di quei beni culturali, paesaggistici e ambientali, che costituiscono un patrimonio comune irrinunciabile; un ridimensionamento sistematico e ingiustificato del ruolo e delle funzioni di proposta ed elaborazione svolte dall’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC).

Il decreto ripristina il vecchio ordine nel mercato dei lavori pubblici che si credeva scalzato dalla riforma del 2016 e che ha portato tanti danni al Paese oltre all’apertura di numerose inchieste giudiziarie. Il WWF critica i contenuti del provvedimento a cominciare dalla reintroduzione di commissari governativi che, per le cosidette opere prioritarie (a maggiore impatto ambientale, sociale ed economico) possono agire applicando la regola del “silenzio assenso” anche nel caso delle amministrazioni preposte alla tutela del paesaggio e dei beni culturali e dimezzare i tempi delle valutazioni ambientali.

La riforma del Codice Appalti del 2016, insieme agli sgravi per le ristrutturazioni e l’efficienza energetica degli edifici, sono strumenti che vanno nella giusta direzione di lavori pubblici assegnati in maniera trasparente e senza sprechi e di uno sviluppo sostenibile del settore edile. Non è in discussione il sostegno alle piccole e medie opere utili a favorire l’occupazione e il benessere delle popolazioni e per la manutenzione del territorio ma l’apertura di cantieri senza garanzie sia per i lavoratori che per i cittadini oltre alla realizzazione di inutili cattedrali nel deserto dall’elevato impatto sociale, economico, finanziario e ambientale.

Entrando nel merito dei contenuti del decreto legge Sblocca Cantieri il WWF censura anche: il ritorno fino al 2021 dell’appalto integrato e cioè della progettazione ed esecuzione dei lavori da parte dello stesso soggetto, eliminando così la progettazione indipendente da chi deve realizzare l’intervento; le proroghe sulla quota di lavori da mettere a gara per le concessioni; l’aumento del subappalto; gli allentamenti dei controlli e della soglia dei lavori a trattativa privata; la destrutturazione delle procedure autorizzative in materia di c.d. “infrastrutture strategiche”.

Tutte norme queste, che, se approvate dal Parlamento, non sbloccheranno alcun cantiere ma favoriranno orientamenti e pratiche che spesso hanno contribuito solo ad alimentare le cronache giudiziarie.

33 MILA BOTTIGLIETTE AL MINUTO NEL MEDITERRANEO

GESTIONE INADEGUATA PLASTICA PRODUCE DANNI ALL’AMBIENTE E ALL’ECONOMIA

Il nuovo report del WWF denuncia inefficienza nella gestione dei rifiuti plastici da parte di tutti i Paesi del Mediterraneo. L’effetto ‘plastica’ si traduce in perdita di miliardi di euro e aumento dell’inquinamente. Nove, incluse le principali mete turistiche, tra le aree più inquinate.

Ogni anno 570 mila tonnellate di plastica finiscono nelle acque del Mediterraneo: e come se 33.800 bottigliette di plastica venissero gettate in mare ogni minuto. L’inquinamento da plastica sta continuando a crescere e si prevede che entro il 2050 l’inquinamento nell’area mediterranea quadruplichi. Discariche e inceneritori sono ancora i principali metodi per la gestione dello smaltimento rifiuti in tutta la regione.

Il nuovo report WWF “Fermiamo l’inquinamento da Plastica: come i Paesi del Mediterraneo possono salvare il proprio mare” fa emergere a tutti i livelli i principali fallimenti e le responsabilità dei produttori, delle autorità pubbliche e dei consumatori, tali da rendere il sistema di gestione della plastica altamente inefficiente, costoso e inquinante.

Nel report il WWF definisce un piano di azioni politiche e iniziative che l’area mediterranea e i singoli Paesi devono sviluppare per raggiungere un’economia sostenibile e circolare che riduca a zero la produzione di rifiuti dal sistema di gestione della plastica.

ITALIA TRA DUE FUOCHI. Il nostro Paese da un lato subisce gli impatti pesanti dovuti all’inquinamento da plastica avendo la maggiore estensione costiera nel Mediterraneo, dall’altro contribuisce all’inquinamento essendo il maggiore produttore di manufatti di plastica della regione e il secondo più grande produttore di rifiuti plastici. I numeri del report WWF parlano chiaro: il nostro Paese ogni anno riversa in natura 0,5 milioni di tonnellate di rifiuti plastici e produce 4 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui l’80% proviene dall’industria degli imballaggi. Il turismo allo stesso modo è parte del problema e ne è ‘parte lesa’: il flusso turistico incrementa del 30% la produzione di rifiuti plastici nei mesi estivi ma spiagge e mare sporco allontanano i turisti. L’effetto negativo della plastica in natura colpisce tutta la Blue Economy: quella italiana è la terza più grande d’Europa ma l’inquinamento, secondo il report WWF, le fa perdere circa 67 milioni di euro l’anno. I settori più colpiti sono proprio il turismo (30,3 milioni di euro) ma anche la pesca (8,7 milioni di euro), il commercio marittimo (28,4 milioni di euro) e bonifiche e pulizia (16,6 milioni di euro). 

La presidente del WWF Italia Donatella Bianchi ha dichiarato: “Il meccanismo di gestione della plastica è decisamente guasto: i paesi del Mediterraneo ancora non riescono a raccogliere tutti i propri rifiuti e sono lontani dal trattarli con una modalità efficiente di economia circolare. Il cortocircuito sta nel fatto che mentre il costo della plastica è estremamente basso mentre quello di gestione dei rifiuti e dell’inquinamento ricade quasi totalmente sulla collettività e sulla natura. Dall’altro lato, perché facciano passi in avanti, il sistema di riciclo dei rifiuti plastici è ancora troppo costoso. Tutti i Paesi dovrebbero rivedere la catena del ciclo di vita della plastica, ridurre drasticamente la produzione e il consumo di plastica e investire seriamente in sistemi innovativi di riciclo e riutilizzo, in cui la plastica non venga sprecata. L’unica rotta possibile per contrastare con efficacia l’inquinamento da plastica dal Mediterraneo è questa”.

Le attività che si svolgono lungo le coste sono responsabili della metà della plastica riversata in mare. Ogni giorno, su ogni chilometro di costa si accumulano in media oltre 5 kg di plastica che è dispersa nel mare. La costa della Cilicia, in Turchia, è la più inquinata del Mediterraneo, ma anche altre comunità costiere sono particolarmente colpite e in molti casi si tratta delle principali mete turistiche come Barcellona, Tel-Aviv, Valencia, la spiaggia di Marsiglia e Venezia e le coste prossime al Delta del Po.

In Italia i rifiuti plastici marini impattano su turismo, pesca e tutti i settori marittimi, con un danno complessivo che si aggira attorno ai 641 milioni di euro ogni anno in tutto il bacino mediterraneo.

“Alcune iniziative e alcune politiche ambiziose sono state intraprese dai diversi Paesi: queste dovrebbero essere condivise e sviluppate per diventare davvero efficaci. I Paesi del Mar Mediterraneo, le aziende e i cittadini dovrebbero assumersi ciascuno le proprie responsabilità e insieme contribuire ad un sistema di gestione circolare della plastica senza piu’ scarti e rifiuti”conclude Giuseppe di Carlo, Direttore della Mediterranean Marine Initiative  del WWF.

Per sensibilizzare e mobilitare i cittadini locali e i turisti contro l’inquinamento da plastica il WWF ha fatto salpare la sua vela Blue Panda: da luglio a novembre la barca ambasciatrice per il mediterraneo toccherà le coste di Francia, Italia, Turchia, Tunisia e Marocco. A luglio sarà protagonista di una settimana di eventi lungo le coste dell’Argentario.

Il WWF ha anche lanciato un appello a tutti i governi del Mediterraneo e dell’UE, in quanto membri della Convenzione di Barcellona, ad assumere un impegno vincolante congiunto e un’azione nazionale per salvare il Mar Mediterraneo dall’inquinamento da plastica. Il prossimo incontro si terrà a Napoli nel mese di dicembre 2019.

PLASTICA, UN SISTEMA GUASTO

  • Le imprese del Mediterraneo mettono sul mercato 38 milioni di tonnellate di manufatti in plastica ogni anno, ma non coprono i costi di gestione dei rifiuti eccessivi che contribuiscono a generare. Inoltre, dato il basso costo della plastica vergine, le aziende non stanno investendo nella progettazione di nuovi prodotti che riutilizzino, riducano e sostituiscano la plastica.
  • I cittadini e i turisti, la maggior parte provenienti da Francia, Italia e Turchia, producono oltre 24 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno. In molti comuni costieri il turismo estivo incrementa del 30% la produzione di rifiuti plastici. Oltre la metà dei prodotti in plastica finisce nella spazzatura in meno di un anno dalla sua produzione. Inoltre, molto spesso cittadini e turisti non suddividono i rifiuti in modo corretto, danneggiando così il sistema di riciclaggio.
  • I governi e i comuni locali gestiscono in maniera scorretta un allarmante 28% dei propri rifiuti. i rifiuti che sfuggono alla raccolta finiscono in discariche abusive o disperso in natura, con l’alta probabilità di riversarsi poi nei fiumi o nei mari. Ogni anno sono circa 2,9 i milioni di tonnellate di rifiuti che vengono gettati in discariche abusive o dispersi, specialmente in Egitto e Turchia. Analogamente, 170 discariche del Marocco, identificate come da chiudere, operano ancora.
  • Discariche e inceneritori sono ancora i principali metodi di gestione dei rifiuti in tutta la regione. Molti paesi, incluse Grecia e Croazia, devono ancora implementare un sistema di tasse per disincentivare il conferimento in discarica dei rifiuti.
  • A peggiorare le cose, molti dei paesi che hanno ancora problemi con la gestione dei loro rifiuti importano anche grandi quantità di rifiuti da altri paesi. Questo significa che la plastica, raccolta ed esportata, per essere riciclata da queste nazioni finisce poi nelle discariche, negli inceneritori o nelle discariche a cielo aperto.Dopo il 2018, quando la Cina ha ridotto l’importo dei rifiuti di plastica, la Turchia è diventata una dei 10 paesi principali per importazione di rifiuti, la maggior parte provenienti da UK, Belgio e Germania.
  • I costi operativi per il riciclaggio rischiano di restare proibitivi a causa dei costi di raccolta e di separazione dei rifiuti, delle costose tecnologie, e della limitata fornitura di plastica riciclabile. Pochi paesi nella regione hanno raggiunto tassi significativi di raccolta differenziata per la plastica, che garantirebbero uno stabile approvvigionamento per il riciclaggio. L’Italia è uno dei pochi paesi che ha implementato la catena di raccolta differenziata di plastica, raccogliendo il 38% dei suoi rifiuti di plastica. In Grecia, Turchia e Tunisia si stima che il 50% dei rifiuti raccolti per il riciclaggio è contaminato e non riciclabile e dunque non recuperabile. I paesi meridionali riciclano meno del 10% dei loro rifiuti.

Sulla base delle ricerche, il WWF incoraggia i governi del Mediterraneo a stringere un Accordo Globale per eliminare la plastica in natura entro il 2030 e supportarsi l’un l’altro per raggiungere gli obiettivi. Le autorità pubbliche, le imprese e i cittadini devono unire le forze per costruire un sistema efficace di gestione della plastica. Firma qui la petizione per l’accordo globale sulla plastica

Elementi chiave del rapporto

  • I 22 paesi e territori che compongono la regione mediterranea producono il 10% di tutti i beni di plastica, rendendolo il quarto produttore di plastica al mondo. La produzione di plastica in tutti i paesi del Mediterraneo provoca anche l’emissione di a 194 milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni anno, simile a sei volte le emissioni annuali di CO2 di Londra.
  • Solo il 72 % dei rifiuti di plastica viene gestito attraverso un trattamento controllato dei rifiuti, con alcuni paesi che si comportano meglio di altri.
  • Tre paesi mediterranei, i due terzi della plastica immessa in natura provengono da: Egitto, Turchia e Italia.
  • Le attività costiere contribuiscono alla metà della plastica che entra nel Mar Mediterraneo e il 30% arriva dalla terra attraverso i fiumi. L’80 % dell’inquinamento marino plastico nel Mediterraneo ritorna a terra entro un decennio, inquinando le spiagge e le coste. L’Italia e la Turchia accumulano il maggior numero di detriti di plastica delle coste ogni anno
  • Il turismo perde fino a 268 milioni di euro all’anno per l’inquinamento plastico
  • La raccolta dei rifiuti rimane un problema in diversi paesi del Mediterraneo, lasciando ogni anno 3,6 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica non raccolti.
  • 6,6 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica sono mal gestiti ogni anno. Quasi la metà di questo è rappresentato dall’Egitto, seguito da Turchia, Italia, Algeria e Marocco.
  • le discariche a cielo aperto e i siti di smaltimento dei rifiuti illegali persistono, in particolare in Nord Africa.
  • Il conferimento in discarica rimane il metodo più usato per lo smaltimento dei rifiuti nella maggior parte dei paesi e non tutte le discariche soddisfano gli standard sanitari richiesti.
  • I paesi del Mediterraneo hanno riciclato 3,9 milioni di tonnellate di rifiuti nel 2016, ma i tassi di riciclo variano in tutta la regione. Inoltre, a causa dei materiali di bassa qualità, in media il 40% della plastica raccolta viene perso durante il processo. (il rapporto non tiene conto di questa perdita).
  • Dal 2018, la Turchia è diventata uno dei primi dieci importatori di rifiuti a livello globale, provenienti principalmente da Regno Unito, Belgio e Germania. In Europa, i costi operativi per il riciclo della plastica sono di circa € 924 per tonnellata, mentre il prezzo medio di vendita del materiale plastico secondario è di 540 euro per tonnellata. Pertanto, il riciclo rimane ampiamente non redditizio.

Domenica 19 maggio festeggia insieme a noi la Giornata delle Oasi!

l perchè della Giornata Oasi

Il circa 40 anni il Pianeta ha perso circa il 60% delle popolazioni di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili, pesci e uccelli che un tempo lo abitavanoprovocando un impatto sugli ecosistemi.

Anche in Italia la presenza dell’uomo ha avuto conseguenze ben visibili sugli equilibri naturali delle specie del nostro territorio: il falco pescatore, scomparso negli anni ’50 e oggi tornato a nidificare, conta solo 4 coppie; la lontra, praticamente scomparsa alla fine del secolo scorso, è ora in lenta ripresa ma gli esemplari sono ancora troppo pochi; la popolazione di orso bruno marsicanoconta oggi appena 60 individui; del gatto selvatico addirittura non si hanno stime per quanto è raro e schivo; ogni anno sono circa 300/400 i lupi uccisi dai bracconieri o investiti dalle auto; infine i cetacei, di cui si contano circa 200 mammiferi marini spiaggiati ogni anno per colpa di infezioni e inquinamento da plastica in mare.


La giornata delle Oasi è l’occasione straordinaria per celebrare la biodiversità del nostro Paese, ricchissimo di ambienti e specie naturali.


Dal nord al sud d’Italia sono tantissime le attività in programma per scoprire insieme a noi i tesori nascosti della natura italiana, come lupi, orsi, aquile, aironi, lontre, cervi e daini custoditi negli angoli più belli e suggestivi del nostro Paese!

La nostra festa delle Oasi precederà di qualche giorno la Giornata Mondiale della Biodiversità, che è stata indetta dall’Onu il 22 maggio, per sottolineare quanto sia importante difendere e tutelare la ricchezza della vita sulla Terra.

RIPARTE PASTURS: IL RITORNO DEI VOLONTARI SULLE OROBIE BERGAMASCHE PER FACILITARE LA CONVIVENZA TRA PASTORI E GRANDI PREDATORI

Dopo il successo degli ultimi tre anni sulle Orobie Bergamasche torna Pasturs, il progetto che propone di ridurre i possibili rischi conseguenti alla presenza dei grandi predatori sulle Orobie (Orso e Lupo) messo in campo su iniziativa di Cooperativa Eliante Onlus, Coldiretti Bergamo, Parco delle Orobie Bergamasche e WWF Bergamo – Brescia all’interno del progetto LIFE EuroLargeCarnivores e con la collaborazione di Regione Lombardia nell’ambito del progetto LIFE “Natura che Vale”.


L’edizione 2019 vuole confermare quanto di positivo è stato fatto nello scorso triennio, quando oltre 150 volontari hanno percorso le valli orobiche per aiutare 9 pastori nelle loro attività quotidiane di gestione e protezione delle greggi. L’intento è quello di migliorare la convivenza tra pastori e grandi predatori per raggiungere un duplice obiettivo: da un lato la salvaguardia di specie protette a livello comunitario, dall’altro il proseguimento del percorso di differenziazione positiva dei prodotti derivanti dalle attività zootecniche orobiche, con una ricaduta virtuosa per tutta l’economia locale.


A ulteriore riprova del successo di Pasturs è la continua collaborazione con Coldiretti Bergamo, che anche per questa edizione supporta il progetto: “L’esperienza di Pasturs continua a dimostrare anno dopo anno come la pastorizia riesca ad adattarsi con successo ai cambiamenti, valorizzando e recuperando i valori tradizionali” ha affermato Gianfranco Drigo, direttore di Coldiretti Bergamo, che ha aggiunto: “Anche quest’anno abbiamo deciso di sostenere in maniera diretta Pasturs per sottolineare l’importanza di dare continuità a questo tipo di progetti per promuovere un dialogo continuo e fruttuoso tra il mondo dell’allevamento e quello dell’ambientalismo”.

“Promuovere la convivenza tra ecosistemi naturali e attività umane è la mission di Eliante e Pasturs la coglie in pieno. Siamo felici di essere riusciti a confermare questa esperienza per il quarto anno consecutivo e non vediamo l’ora di coinvolgere altri volontari per proseguire il buon lavoro fatto nello scorso triennio” ha commentato Mauro Belardi, presidente della Cooperativa Eliante Onlus.


Gli fa eco Danilo Rossi, presidente di WWF Bergamo-Brescia: “Non bisogna dimenticare che il progetto migliora il rapporto di fiducia tra ambientalisti e mondo dell’allevamento. Pasturs mostra nei fatti come sia possibile creare un circolo virtuoso che riduce il rischio di estinzione di specie protette e migliora la qualità del lavoro di chi sulle Orobie da decenni porta avanti la propria attività zootecnica.”
Chiude Yvan Caccia, presidente del Parco delle Orobie Bergamasche: “Il pregio più grande di Pasturs è la sua capacità di unire generazioni diverse e di facilitare la convivenza tra uomo e le altre specie che abitano le Orobie. Le nostre montagne sono caratterizzate da grandi bellezze naturali e attività tradizionali decennali; fare in modo che entrambe concorrano a valorizzare al meglio il nostro territorio è basilare per il bene della nostra realtà”.


A partire da quest’anno Pasturs farà parte del progetto LIFE EUROLARGECARNIVORES, un progetto europeo che mira a migliorare la convivenza tra attività umane e grandi predatori attraverso la comunicazione, la cooperazione transfrontaliera e lo scambio di conoscenze. Pasturs è stato riconosciuto dall’Unione Europea come buona pratica e, grazie a questo progetto, verrà diffuso a livello comunitario.
In sinergia con il progetto Pasturs ci saranno poi le azioni messe in atto da Regione Lombardia nell’ambito del progetto LIFE Natura che Vale, che sosterrà le azioni di Pasturs con l’intento di promuovere una gestione virtuosa del territorio.

COME ISCRIVERSI AL PROGETTO:
Per iscriversi al progetto è necessario compilare il modulo di candidatura www.pasturs.org/iscrizioni entro e non oltre il 28 aprile 2019.

Per informazioni www.pasturs.org

Il blog dell'associazione WWF-Bergamo-Brescia